7 dicembre 2009
 
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Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
 
  Presidente Giorgio Napolitano  
 
Sindaco di Bresso Fortunato Zinni
 
  Sindaco di Bresso F. Zinni  
 
 
  Il libretto teatrale  
 
 
  La copertina della IV edizione  
 
  TG1 07.12.2009 ed. 13.30  
 
  TG1 07.12.2009 ed. 20.30  
 
  RaiNews24 07.12.09 16.46  
 
 
Last update: 08-Dic-2009
 

Intervento di Fortunato Zinni, autore del libro “Piazza Fontana nessuno è Stato” Presidente della Commissione Interna della Filiale di Milano della Banca dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969

Signor Presidente,

autorità, amici invitati, sono veramente onorato per essere qui oggi e per l’opportunità di  prendere la parola in rappresentanza dei lavoratori della banca e idealmente anche dei superstiti della strage.
Sono passati quarant’anni, ma il tempo non ha cancellato la memoria  di quel tragico evento.
Ne sono testimonianza: il Suo invito e il Suo discorso del 9 maggio  scorso pronunciato, il fatto che oggi siamo qui davanti a Lei,  a Milano città ferita da quella Strage, e  che  di nuovo il Paese chiede  gran voce giustizia per le vittime e  rispetto per il dolore dei familiari.
Ne è testimonianza il nutrito programma di manifestazioni organizzato per il quarantesimo anniversario.
Ne è  testimonianza materiale il restauro dell’insegna “Banca Nazionale dell’Agricoltura”, anche se quella banca non c’è più,  sulla facciata del palazzo prospiciente la fontana del Piermarini e la significativa opera realizzata dall’architetto  Franco Biondi del Monte dei Paschi di Siena, del nuovo tavolo centrale nel salone della stessa banca che occupa lo spazio del precedente tavolo ottagonale, polverizzato dalla bomba.
Al centro del tavolo è stata realizzata una scultura commemorativa in bronzo, opera dello scultore Alberto Inglesi.
Il tavolo rievocativo è contornato da diciassette sedie.
Non  è soltanto un’opera d’arte, capace di trasmettere sentimenti, simboli e messaggi ma un elemento integrato nell’attività giornaliera della banca per eseguire le stesse operazioni di quarant’anni fa, a testimonianza che la bomba non è riuscita a raggiungere il suo obiettivo, che la vita e la democrazia oggi come allora continuano e che “la notte della Repubblica” può e deve essere sconfitta. E’ proprio quello che facemmo noi lavoratori della banca quarant’anni fa, riaprendo la banca il lunedì successivo.
Quel giorno ero vicino al grande tavolo ottagonale, al centro del’emiciclo, a svolgere il mio lavoro di assistente agli operatori del mercato degli agricoltori.
Per una fortuita circostanza mi allontanai dal salone solo qualche istante prima dello scoppio dell’ordigno che fece 17 morti e 88 feriti.
I due agricoltori ai quali avevo poco prima “spaccato il contratto” ponendo la mia mano destra sulla loro  stretta di mano, (allora tra galantuomini usava così), figurano tra le vittime.
All’epoca ero il Presidente della Commissione Interna della filiale e componente della Segreteria della Commissione Interna Centrale della Banca.
La sera prima, in quello stesso salone, dopo l’orario di lavoro, si era svolta un’assemblea dei lavoratori della filiale per discutere ed approvare l’ipotesi di accordo del rinnovo del CCNN dei bancari, dopo 79 ore di sciopero, per salutare con soddisfazione l’approvazione in prima lettura dello Statuto dei Lavoratori e l’espulsione dal Consiglio d’Europa della Grecia dei colonnelli.
Dopo l’attentato, la prima importante decisione dei lavoratori della Banca fu discussa in un’assemblea il mattino dopo, sabato 13 dicembre, tenuta nei piani superiori dell’edificio di Piazza Fontana.
Come Presidente della Commissione Interna parlai pochi minuti.
Molti colleghi  portavano sul corpo i segni delle ferite, ma nessuno aveva voluto mancare alla convocazione che  avevamo diramato per telefono nella nottata.
“Questo è il nostro posto di lavoro – dissi – l’unico modo per difenderlo è riaprire la banca lunedì dimostrando agli attentatori che non ci hanno intimidito”.
Ottenni un corale consenso.
Organizzammo turni  24 ore su 24, decidemmo anche di devolvere le retribuzioni dello straordinario ai figli minori delle vittime.
Lunedì 15 alle 8,30 eravamo tutti al nostro posto di lavoro, salvo quelli ancora ricoverati in ospedale.
Un’ora dopo partecipammo in massa ai funerali.
La nostra delegazione fu fatta sfilare dietro le bare insieme ai familiari nel corridoio di folla davanti al sagrato del Duomo.
C’erano trecentomila milanesi, senza cartelli, senza striscioni, senza simboli di partito o di associazioni, erano lì con i loro vestiti pesanti, con le tute, con le sciarpe. Non ci furono applausi, allora il rispetto dei morti non indulgeva alla spettacolarizzazione di oggi.
Da quella Piazza si levò un urlo che si sente ancora oggi, così assordante perché muto.
Avevano capito che dovevano essere lì per  rendere omaggio alle vittime, dimostrare vicinanza ai familiari e per erigere un muro umano contro coloro che volevano trascinare il Paese in un’avventura  autoritaria. Il 17 dicembre convocammo una seconda assemblea. Proposi di aggiungere ai beneficiari delle somme devolute per gli   straordinari effettuati anche i figli minori di Pinelli, morto in questura nella notte tra il 15 e il 16 di dicembre.
Per pochi voti la  proposta fu respinta; quelli che votarono contro lo fecero esibendo a mani alzate i titoli delle prime pagine dei giornali che definivano gli anarchici mostri e belve. La stampa ne porta ancora la responsabilità. In quanto ai lavoratori si sarebbero ricreduti qualche anno dopo revocando la costituzione parte civile contro gli anarchici e costituendosi esclusivamente contro gli imputati neo fascisti affidando l’incarico all’avvocato della famiglia Pinelli.

Tutto questo l’ho raccontato nel libro “Piazza Fontana nessuno è Stato”, giunto alla quarta edizione  proprio in occasione del quarantesimo anniversario della Strage di cui Le faccio omaggio della prima copia  insieme al libretto del testo teatrale “Segreto di Stato”.
Il libro non è stato commercializzato ma grazie al contributo di operatori economici del Nord Milano,  è stato e continuerà a essere distribuito gratuitamente in migliaia di copie  nelle scuole, nelle Biblioteche pubbliche e  ai rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni culturali.
Nel riavvolgere il filo della memoria mi permetta  di ricordare il ruolo svolto dai lavoratori della banca con la loro costante presenza e con le denunce per il rallentamento dei processi e per le palesi ingerenze della Suprema Corte e dei Servizi Segreti.
A quarant’anni dalla strage dobbiamo registrare il fallimento della giustizia.
Si può e si deve accettare una sconfitta, ma in questo caso la verità negata è stata chiaramente frutto di gravi responsabilità di importanti apparati dello Stato.
E’ necessario che le Istituzioni ci aiutino, per questo mi unisco all’appello dei familiari delle vittime che sollecitano la totale rimozione del segreto politico militare.
In quanto alla memoria ognuno deve fare la sua parte.
Si spalanchino le porte degli archivi, si pubblichino gli atti della Commissione Stragi, si valutino attentamente i nuovi spunti investigativi per la riapertura delle indagini.
Per quanto mi riguarda, le circostanze della vita mi hanno portato oggi a ricoprire un incarico istituzionale: sono il Sindaco di Bresso. 
Il mio Comune ha promosso una serie di iniziative per commemorare il quarantesimo della Strage: la ristampa del libro “Piazza Fontana nessuno è Stato” , una mostra fotografica sulle stragi e il terrorismo, una rappresentazione teatrale tratta dal libro stesso.
Il 12 dicembre, con una cerimonia solenne, il Consiglio Comunale dedicherà l’Aula Consiliare alle Vittime della Strage.
La ringrazio per il messaggio di apprezzamento che mi ha inviato nei giorni scorsi e che leggerò in apertura di seduta.
Signor Presidente sono convinto che la verità da qualche parte c’è, basta continuare a cercarla.

Fortunato Zinni

Prefettura di Milano 7 dicembre 2009
Incontro Con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

 
 
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